Appunti di viaggio (1).

Nell’autunno del 2013 decisi di andare a fare un giro in moto in Tunisia.

Come sempre stavo programmando un viaggio in solitaria poi, come per effetto domino, si sono uniti un numero via via crescente di amici e all’imbarco di Civitavecchia eravamo in otto. Dopo tre giorni sul suolo tunisino in compagnia, il mio viaggio  è proseguito da solo, ma questa è un’altra storia.

Il viaggio fu una bella esperienza, come d’altronde lo sono tutti.

Il passo di Kasserine, la pista di Rommel, le oasi di montagna, il giro intorno al Chott Djerid sul confine algerino, Douz e Touzer, Matmata e i set cinematografici di Star Wars. Da li la discesa fino a Tataouine per visitare i granai fortificati, quello di Ksar Ouled Sultane su tutti, per poi arrivare fino all’oasi di Ksar Ghilane passando per la pista di Chenini.

E qui venne la parte più bella.

Quando ho manifestato le mie intenzioni al gestore dell’auberge di Tatouine in cui avevo preso dimora, venni dissuaso da costui dai miei propositi riguardo la pista di Chenini con diverse motivazioni: moto troppo pesante, assenza di pioggia da diverso tempo e, quindi, sabbia molto soffice, vento insistente che porta la sabbia a coprire la pista e, ultimo, il fatto che ero da solo. Poi il locale mi diede quello che a me sembrava un ottimo consiglio: “prendi la strada di Beni Keddache, è più sicura“. Mi disse…

Fiducioso presi la strada per Beni Keddache che, effettivamente, almeno fino li era una strada; quello che però non avevo tenuto nella giusta considerazione fu di non ricordare che il concetto di strada dei locali è completamente differente da quello di noi abitanti del mondo industrializzato.

Uscito dal villaggio di Beni Keddache mi ritrovai su una pista in terra battuta, ripetendo a me stesso che se il tipo aveva detto strada, di li a poco avrei ritrovato l’asfalto ma, proseguendo, il fondo diventò sempre più impegnativo, a volte con tratti sabbiosi, da solo, nel nulla più assoluto, senza il GPS (guasto!) ma per fortuna con cartina e bussola.

La direzione per Ksar Ghilane era quella giusta e mentre ero in marcia, a più di 70 km/h per non perdere l’effetto galleggiamento sulla sabbia, tenevo sotto controllo la distanza e l’indicatore della benzina dicendo a me stesso “alle brutte, giro e torno indietro“. Poi, all’improvviso, sono sbucato sulla (vera!) strada asfaltata che porta a Ksar Ghilane, nei pressi di quello che una volta era il check-point militare. Sono sceso dalla moto, mi sono inginocchiato e ho baciato l’asfalto.

Trovarmi su quella strada nel mezzo del nulla, da solo, per 90 minuti, li per li è stato un tantino inquietante.

Oggi sono i 90 minuti di viaggio che ricordo con più emozione.

Namasté

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